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L’Edward Hopper di Ernest Farrés

Edward Hopper di Ernest Farrés apre la collana che la casa editrice Nemapress ha voluto dedicare interamente alla letteratura catalana. L’opera è stata tradotta anche  in inglese e pubblicata sia negli Stati Uniti (Graywolf Press, 2009) che in Inghilterra (Carcanet, 2010). La traduzione in lingua inglese ad opera di Lawrence Venuti ha ottenuto importanti riconoscimenti: Robert Fagles Translation Prize (2008), menzione speciale dell’Aldo and Jeanne Scaglione Prize 2010 istituito dalla Modern Language Association of America. Nel 2007, col titolo di La ciutat d’Edward Hopper, dalla raccolta poetica viene tratta un’opera teatrale.

L’opera in questione si presenta come una raccolta di 50 poesie che trovano nel titolo perfetta corrispondenza con alcuni dipinti del pittore nord-americano. Farrés attua la scelta tra quelli che, a suo dire, si mostrano come i più rappresentativi per capire e penetrare l’opera e l’esistenza di questo grande artista. Tra i suoi obiettivi: quello di ricostruire una sorta di biografia poetizzata in cui il protagonista è proprio il pittore. È per questo motivo che, attuando un percorso un po’ controtendenza tra quanti guardino con ammirazione la “poesia silenziosa di Hopper”, immagina e ricrea i “dialoghi mancati” in quelle che sono le note scene sospese nello spazio e nel tempo dell’opera hopperiana. Scioglie la fissità dell’immagine con un linguaggio intimo che parla, in perfetta sintonia con l’opera di Hopper, della immensa solitudine che pervade l’umanità.

Quella di Farrés non è solo un’opera da leggere ma anche da guardare. Se accompagniamo la lettura dei versi con la visione del dipinto in questione, avremo modo di assistere ad un’esperienza insolita rispetto alla modalità tradizionale di leggere poesia. Un’esperienza in cui anche il codice visivo contribuisce attivamente a formare il verso.

 

 

Summertime, 1943

La ragazza della casa con la scala in pietra

è uscita in strada

ancheggiando

come ogni mattina.

Lo sa? Sa perché mi sale

questa voglia matta

di posarle addosso

gli occhi ardenti?

Sa perché mi fa perdere la testa

quando vedo che si ferma

a sfidare la luce

estiva? O perché

appare nei miei sogni

tra bianche petunie?

In un certo senso,

il fatto di studiare

minuziosamente

con lo sguardo

la ragazza della casa con la scala in pietra

mi salva:

1) Dall’ammazzare il tempo cercando con la coda dell’occhio

nella città arsa dal sole

persone che sono cuor di carciofo o problemi,

ragazze che ingialliscono conformemente al vivere,

un clown con la valigetta o degli operai che si sfiaccano

lontano da Pirro, Gorgia e da quanti proclamano:

“La presa di potere del proletariato

conduce a perpetuare il potere che, corrotto,

passa in mani altrui punto e basta!”, alzando invano la voce.

2) Dal troncare i legami tra la mia spiche

e la realtà, difficili entrambe.

Mi inibirei, allora, come uno sciocco, del mondo,

vegeterei al margine dei piaceri della vita

e rimarrei inerte mentre gli altri si tolgono

di dosso l’acredine a furia di guardare

la ragazza della casa

con la scala in pietra.

3) Dall’arrivare a scoprire che sono in trappola,

che la vita tutta è un’immensa bugia,

che le frustrazioni, le riuscite,

i tentativi di cavarsela o addirittura

la ragazza della casa

con la scala in pietra

non hanno alcun fondamento reale.

 

 

Cape Cod Sunset, 1934

È come se l’orizzonte fuoriuscisse,

come se la natura segnasse il passaggio

dal giorno alla notte fermando il tempo,

come se scoppiasse una bomba all’idrogeno.

Soggiunge il tramonto ed il mondo

impazzisce di profumi primaverili

che impregnano l’aria e di colori roventi

che si stendono sugli antropomorfici

profili dell’agreste bosco e delle montagne.

Grandi proprietà rustiche che odorano

di nuovo, agevoli sentieri,

digressioni anguste, albicocchi

in fiore, crinali, pascoli,

secche torrentizie e brughiere

si rivestono di luccicanti nimbi

ricchi d’ocre, ambre, zafferani e carmini

che a poco a poco vanno sformandosi

in disposizione sconnessa.

Secondo come la luce batta, tremolano

per pura assenza di gravità e armonizzano

col più intenso blu del firmamento.

(E. Farrés, Edward Hopper, Nemapress, 2011, trad. Emanuela Forgetta)

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